Lo Zen in Corsa – Corsa ed istinto … un gesto naturale

“Un gesto naturale .…”

La corsa, come anche saltare, lanciare, nuotare è un’attività di cui, l’uomo preistorico, ha dovuto farne necessità, indispensabilmente per sopravvivere, dovendo cacciare per nutrirsi e/o sfuggire agli assalti di animali predatori. Gesti del tutto naturali, impiegati a lungo nel tempo e sulle distanze, visto che settimanalmente questi ominidi si trovavano a percorrere centinaia di chilometri, in quanto, appunto, essi dovevano correre per sopravvivere, tutti i giorni, voglia o non voglia.

La corsa, quindi, è un gesto per noi del tutto naturale. Siamo nati per correre, la nostra evoluzione di essere umano ci ha portato a ottenere una struttura corporea che agevola questo movimento naturale della corsa, comprendiamo il mondo che ci circonda con il movimento il quale rappresenta un connubio tra bellezza ed efficienza del nostro corpo. Sicuramente ci sono atleti, come i Keniani, Etiopi, i quali sono nati e continuano a vivere, sfruttando il loro corpo come principale “mezzo” di locomozione. Le loro doti aerobiche di fondo sono particolarmente sviluppate grazie alle naturali caratteristiche ambientali in cui essi risiedono, ove necessita dover percorrere molti chilometri per arrivare a scuola o per andare a prendere dell’acqua, o per qualsiasi altra esigenza che prevede uno spostamento, e queste persone, specie i ragazzini, di solito coprono questi percorsi, correndo e questo gli ha permesso di costruire una struttura (legamenti, articolazioni, muscoli ) molto più funzionale rispetto a noi Europei.

Per non parlare poi della caratteristica, che può sembrare singolare e quasi divertente, di una popolazione indiana che vive tra i canyon della Sierra Madre Occidental, nel nord del Messico, dove si è ritirata cinque secoli fa per sfuggire agli invasori spagnoli. Essi sono i Tarahumara, individui molto reticenti e riservati che vivono il loro quotidiano tra coltivazioni, allevamenti e cerimoniali e che risiedono in caverne o in piccole case in legno o in mattoni, di paglia e fango, nell’ambito di insediamenti situati a grande distanza tra loro. Questi insediamenti sono collegati da una rete di stretti sentieri, molto impervi, lungo i canyon attraverso i quali i Tarahumara si spostano continuamente per comunicare, trasportare merce e cacciare.


 Ebbene, questi spostamenti loro li compiono …  Correndo! ..  Ogni giorno .. A tutte le età .. A piedi nudi .. Senza infortunarsi.
Essi si sono rivelati, infatti, un popolo di corridori da endurance incredibili. Arrivano senza difficoltà a distanze superiori ai 300 km in una sola sessione, in due giorni, attraverso sentieri impervi. In questa tribù bambini, uomini e donne di ogni età corrono, e persino i più anziani hanno prestazioni che farebbero invidia al più allenato runner. Loro stessi si definiscono “Rarámuri”, ossia “piedi leggeri” o “coloro che corrono bene” e sono noti per aver irritato diversi ultramaratoneti americani battendoli senza troppe difficoltà in estenuanti gare di endurance, pur indossando solo i loro sandali huarache e fermandosi ogni tanto per fumare.

Per i Tarahumara quindi la corsa è un’abilità innata; cacciano comunemente con arco e freccia, ma sono conosciuti anche per la loro abilità di inseguire correndo cervi e tacchini selvatici fino a farli letteralmente morire per sfinimento.

Esattamente come facevano i nostri antenati.

Per i Keniani o Etiopi o Ugandesi o Messicani o di qualunque altra etnia, abituati a muoversi prevalentemente  col solo uso delle gambe, correre diventa, fin da piccoli, un azione naturale, un gesto compiuto però con la gioia incosciente di chi vive la corsa come un fatto normale, quotidiano.

Gioia, la voglia e il piacere di correre

In realtà, è proprio questa, che trasforma i ragazzini negli  Eliud Kipchoge e Geoffrey Kamworor e  Brigit Kosgei che ben conosciamo.

Ed è questo il senso più puro della corsa che dobbiamo ritrovare. La gioia di sentire le gambe che girano facili, l’emozione di un ritmo sostenuto che non avevamo mai tenuto prima, la bellezza di un paesaggio visto con occhi diversi, magari con le nostre capacità percettive un po’ allargate, dall’intensità delle sensazioni corporee.

La mente come strumento di percezione di quanto piacevole trasmette il nostro corpo  nel compimento naturale dei movimenti e, nella fattispecie, la corsa.

La gioia di correre, appunto. Quante volte ce la dimentichiamo, relegata in qualche angolo oscuro della nostra psiche.

L’importante non è quello che trovi alla fine della corsa, ma quello che provi mentre stai correndo.

Tutti corriamo, per svariati motivi, ed ognuno ha la propria motivazione, ma quanti arrivano a provare il piacere e la gioia nel farlo. Parlare di piacere parlando di corsa può sembrare un paradosso perché la corsa è anche fatica e a volte dolore, ma l’affaticamento è una sensazione soggettiva di stanchezza che insorge non solo in conseguenza dello sforzo fisico, ma spesso è indotta anche dalla nostra mente che si concentra sulle insicurezze, talvolta infondate, nelle capacità del nostro fisico nel riuscire in una determinata prestazione. La mente deve collaborare con il corpo, senza mai dimenticare il pensiero positivo; isolarla, allontanando i pensieri ostili che tendono ad alienare la volontà di andare oltre se stessi; vivere interamente l’esperienza nella piena consapevolezza di se, del proprio corpo, scrollandosi i problemi di dosso, rilassandosi. In pratica una sorta di meditazione in movimento. Lo Zen in corsa.

Bisogna imparare a correre per la gioia di farlo. E’ un obiettivo che si raggiunge con impegno e, come tutte le cose belle della vita, richiede dedizione; dedizione nel vivere spontaneamente la nostra corsa nel presente, nel qui ed ora, aumentando la nostra consapevolezza e a praticarla; e, ad un certo punto, non esistono più pioggia, freddo o caldo eccessivi, malesseri o impedimenti.  Si supera ogni cosa. Il piacere induce il desiderio di correre, donando l’energia per uscire di casa in qualunque condizione.

Riuscire a mettere in pratica questo modo di affrontare i diversi, se non tutti, aspetti della nostra vita, si tratterebbe oltretutto di un principio fondamentale nel rapporto con gli  altri e col mondo che ci circonda; dovrebbe, infatti,  anche trasformarci in persone in grado di compiere azioni positive completamente disinteressate nella vita quotidiana, senza vanto e senza aspettarsi qualcosa in cambio. Persino nelle competizioni si diventa generosi, esiste ovviamente la voglia di vincere, ma un vero runner non dimentica mai la condivisione ed è spontaneo il suo ripetere: «Dai, non mollare, ce la facciamo insieme!».

Fonti

  • Runningzen.con
  • Lo Zen e l’arte della Corsa – Luca Speciani
  • Runlovers.it

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